Opere incompiute e recensioni

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Raccolta di incompiute

Recensioni

Monografia di Grytzko Mascioni sullo Scultore Enrico Sala  

26 gennaio 1987

 

Enrico Sala scultore non ha mai avuto fretta: si confronta con forme archetipe che ragionano con l’eterno, il suo è l’temporale piacere di sempre della manualità umana, di chi tocca e ritocca il mondo e dialoga con lo spazio, nello stupore candido di una continua ri-creazione della realtà, nel gioco sapiente che espelle il confuso premere dei fantasmi interiori per farne l’ordinato universo formale dell’opera e delle opere, plastica elegante, materia dominata. Ma anche Enrico Sala uomo non ha mai avuto fretta: ha aspettato di varcare i quarant’anni per esporre in una personale, per confrontarsi con il pubblico in modo organico, senza mai essersi lasciato sedurre dall’ansietà dell’apparire, d’imporsi di mostrarsi, che vela il disagio e l’incertezza esistenziale degli uomini d’oggi.La sua plastica matura tranquilla, così come la sua vita risponde ai ritmi lenti di un atteggiamento antico, sia nella solitudine casalinga della sua rustica casa ticinese, sporta sul verde dei  boschi di Salorino, sia nel viaggiare per i paesi esotici che ama, dal Brasile all’Oriente, sulle tracce di un’umanità minuta e modesta e sempre simile a se stessa, alla ricerca affettuosa di uno scambio vitale d’esperienze , di quella scintilla amoroso che più tardi accenderà il fuoco della sua esplorazione della bellezza, operazione ascetica che ci regala gli oggetti in cui si condensa la sua vocazione tanto reticente e sommessa quanto emozionante e autentica. Quando ho avuto qualche indizio del suo fare, è stato immediato il desiderio di conoscerlo meglio, isolato e riservato com’è, quasi segreto, un po’ per orgoglio, un po’ per timidezza. E ora so come vive e lavora e sogna e si tormenta con le sue pietre, sassi , marmi, nella solitudine dell’abitazione ereditata dai genitori, con il gattone nero che è la sua unica compagnia e che invecchiando accumula malanni: così, Enrico si trasforma spesso in veterinario e chirurgo, e le sue mani forti e delicate aggiustano con dolcezza gli acciacchi di quel corpo animale nel quale sembra condensarsi la vita sensibile del tutto. L’aneddoto non mi sembra superfluo, sottolineo il suo bisogno di incidere positivamente e amorosamente in un mondo animato e palpitante, nel quale le presenze minerali trovano poi modo peculiare, accarezzate e sollecitate da una cura instancabile, di mostrarsi vive. Più difficile, a volte, il colloquio con i paesani, per i quali non è facile capire quell’uomo che si aggira nella cava vicina, alla ricerca di pietre di cui fa scorta o che sulla sua vettura un po’ sgangherata affronta lunghe trasferte per trovare altrove un sasso che veramente gli piaccia, il marmo di Peccia che gli aveva raccomandato Giovanni Genucchi, o bianco di Carrara o rosso di Angera e verde di Andeer. 

Sono sortite primaverili, spedizioni ansiose guidate dalle intuizioni formali nate nei mesi contemplativi e studiosi dell’inverno, a volte abbozzate su un pezzi du carta volante, a volte semplicemente intraviste nei risvolti di un sogno. Enrico Sala, senza troppo commercio coi suoi vicini, lascia che il ritmo delle stagioni segua il suo corso, si abbandona al ciclico andare del tempo e coltiva, da antico contadino, il campo fertile della sua immaginazione. Grumi di pensiero agiscono sotterranei, come i chicchi del grano il sommerso travaglio darà i suoi frutti e affiorerà nel sole ai giorni del raccolto luminoso. La primavera è dunque il tempo di un curioso safari: la preda può nascondersi chissà dove, mascherarsi in un informe aggregato pietroso, celarsi  nello scarto spezzato di un monumento funebre, nella scheggia puntata di una roccia. E sta al cacciatore intravvedere il suo segreto vitale. La raccolta finisce quando esplode calura: perciò   è d’estate che comincia l’avventura esaltante del fare, nel senso greco di quel poièin che si traduce in poesia, cosa creata, oggetto generato, forma compiuta. 

O forma ritrovata che da sempre giaceva mimetizzata nell’abisso buio della realtà, e che una lunga indagine speculativa, tutta mentale, non disgiunta da una sorta di corteggiamento caparbio, prima identifica: e poi, nell’urgere della passione operativa, manuale, artigiana, sboccia nella vampa estiva e si rivela come una sorta di idea platonica, assoluta, che ad aeterno attendeva d’essere raggiunta e conquistata. Enrico Sala agisce con la scienza ineffabile di un albero che produce rami e foglie, si a che la forma cui tende (quella forma che Goethe riteneva già tutta implicita nel seme) sia delineata, nel corso di un’operazione che trae la sua origine dai remoti evi paleolitici, quando l’uomo era ancora natura, ma già si avviava a produrre quei  manufatti, isolati da sé, che conveniamo chiamare opere di cultura.

Ma la pulsione primaria resta istintuale, anche se attraverso i millenni ci è piaciuto agghindarla di reti concettuali: e resta quello che era, affermazione di vita contro il vuoto o il niente che è la disperazione della morte. Ogni artista, per sofisticato che sia o voglia apparire, riproduce il gesto preistorico  che affidava a un segno, a una pietra sbozzata, a un graffio su un osso o su una zanna, il bisogno di dire ci sono, ci sono con questo pensiero tra le tempie che consegno al tempo. L’atto apotropaico di magia o lo scongiuro o il simbolo in cui l’indicibile si sforza di dirsi, il sublimarsi della tensione erotica che crea l’amuleto o l’idolo, sono sempre gli stessi, anche se variano all’infinito i modi che l’individuo utilizza per filtrare la propria singola propensione. ENRICO SALA

Questo tentativo di portare alla chiarezza l’oscurità in cui germina l’opera d’arte, s’impone alla nostra forza di riflessione quando ci si accosta a una scultura come quella di Enrico Sala, se vogliamo evitare di parlare a suo sproposito di sperimentazione moderna, quasi che il dialogo tra materia e spazio sia nato solo recentemente, proprio quando ci troviamo di fronte alla maniera più antica dell’uomo di colloquiare col contesto che lo assorbe e in cui si trova a vivere. Potrebbe infatti venire naturale di pensare in primo luogo all’assillo eroico di purezza che nei primi decenni del nostro secolo caratterizzò la fulminante apparizione di Brancusi, e poi le varianti biomorfiche di Arp o le seduzioni eleganti di Alberto Viani; e certo, questi maestri illustri Sala li conosce bene: ma certe parentele o somiglianze formali mi sembrano, in lui, più che derivazioni o prestiti stilistici, semplici coincidenze. Il suo rapporto con la pietra o il marmo è più prossimo all’antica volontà espressiva degli idoletti ciclabili, il suo cammino verso la forma pura ingloba e purifica le rotondità espanse delle veneri preistoriche, piuttosto che essere sollecitato da suggestioni contemporanee. E se di un suo maestro si può parlare, forse bisogna più semplicemente risalire all’ombra malinconica di suo padre, uno spaccapietre umile e tormentato che nella cava di Salorino si è fatto ammazzare dalla fatica quotidiana, respirando un pulviscolo maligno che era inutile tentare di affogare nel vino nero. Una memoria di schiavitù, che Enrico Sala tramuta nella libertà creativa che fa succedere al tempo dell’angoscia il tempo del fervore, in una rivincita che riscatta un destino di sofferenza nella luce di un atto d’amore, generatore di bellezza. E’ un tratto biografico che non si può ignorare, anche per spiegare il superbo accanimento con il quale lo scultore aggredisce i suoi sassi, li scava, li liscia, li fa vibrare di vita, duellando dall’alba al tramonto, sul suo terrazzo immerso nel verde e nella luce abbacinante delle sue estati operose, con una materia dura e solo apparentemente inerte. Le mani, spesso, gli sanguinano: ma è il dolore che accompagna ogni nascita. E nelle opere che ci danno gioia, l’intensità che ci commuove la scopriamo materiata del fantasma di un padre che attraverso il lavoro del figlio si placa e vede giustificata la propria esistenza dolente, e insieme, dell’ombra del primo homo sapiens che oscuramente sognò un forma.

La recensione di Grytzko Mascioni è raccolta in un libricino con le foto delle sculture che erano esposte alla mostra personale di Enrico Sala, nel 1987, alla Tonino Bis ART GALLERY a Campione d'Italia - Le fotografie sono di Giovanni Luisoni.